L’estremismo ideologico di Presa Diretta

L’estremismo ideologico di Presa Diretta

Ieri sera prima puntata del nuovo anno di Presa Diretta. “La bicicletta ci salverà”, così recitava il titolo del programma condotto da Riccardo Iacona. Un peana mediatico del mezzo a due ruote più ecologico al mondo. “Il salvatore del pianeta” così è stata considerata la bicicletta. Come dar torto all’ impostazione data dalla redazione di Rai Tre e

Ieri sera prima puntata del nuovo anno di Presa Diretta.
“La bicicletta ci salverà”, così recitava il titolo del programma condotto da Riccardo Iacona.
Un peana mediatico del mezzo a due ruote più ecologico al mondo.
“Il salvatore del pianeta” così è stata considerata la bicicletta.
Come dar torto all’ impostazione data dalla redazione di Rai Tre e dal suo conduttore ex delfino di Michele Santoro.
Già, la bicicletta mezzo di trasporto non inquinante, economico, e salutare.
Il mezzo di trasporto che diventa parte integrante con noi stessi; un’ appendice ferro-meccanica del nostro corpo.
L’unico mezzo dotato di una catena metallica che non è simbolo e oggetto di costrizione, ma di libertà, totale libertà.
Con le “due ruote” si entra a far parte del paesaggio che ci circonda e si scoprono scenari e paesaggi invisibili all’interno dell’abitacolo delle vetture a motore.

Un idillio, ma che i redattori e il conduttore di Presa Diretta hanno trasformato in ideologia oltranzista.

Che peccato aver utilizzato un mezzo di libertà per fomentare una “guerra” ideologica politicizzata vecchia di decenni.
Hanno utilizzato la bicicletta come arma da impugnare nell’ annosa battaglia contro le odiose autovetture simbolo del capitalismo più becero.
Simbolo del “piccolo borghese”.
Seguendo questa linea del fronte, hanno imbastito una puntata estremizzata che rischia di generare ancora più contrasto tra gli amanti della bicicletta e coloro che la odiano tout court.
E sì, perchè la bicicletta o si odia o si ama, purtroppo; soprattutto in Italia.
I benefici che produce l’utilizzo del ciclo dovevano essere spiegati e supportati in altro modo sotto un’ottica differente.
Io, come altri  milioni di cicloamatori, percorro, migliaia di chilometri all’anno (mal contati circa 8 mila).

La puntata incentrata sull’utilizzo esclusivo del mezzo a padali, non ha preso in considerazione l’aspetto più importante di quell’utilizzo: come affrontare la messa in sicurezza dei ciclisti partendo dal presupposto che sono la parte debole degli utenti della strada, lo facciano per diletto, o per ragioni di lavoro poco importa.

I conduttori degli autoveicoli (autocarri, autobus, autovetture) non hanno alcun rispetto del ciclista che lo considerano un intralcio alla circolazione; si aggiunga l’utilizzo “diabolico” degli smartphones ed ecco che utilizzare la bicicletta sulle nostre strade diventa pericolosissimo.
Per incominciare sarebbe sufficiente aumentare le sanzioni per coloro che si rendono colpevoli di tale comportamento (sospensione della patente per un anno e in caso di recidiva la confisca) e introdurre l’obbligo di mantenere una distanza minima di 1,5 metri dalla bicicletta; la situazione migliorerebbe radicalmente.
Un disegno di legge in tal senso era stato previsto qualche mese fa; come spesso accade in Italia, è finito nel dimenticatoio per non “turbare” l’animo dei cittadini elettori vista l’ imminente scadenza elettorale.
Una decisione semplice , ma efficace e meno costosa e difficoltosa della creazione di migliaia di chilometri di piste ciclabili.
Del resto risulta impossibile creare una pista ciclabile su ogni strada.
E sì, perchè noi non siamo la Danimarca come voleva farci credere il programma di Iacona, e non potremo mai esserlo.
Il Paese scandinavo ha il maggior numero di chilometri di piste ciclabili e il maggior numero di utenti a due ruote.
Un “paradiso” ciclabile.
Sgombriamo il campo.
Vero che l’utilizzo della bicicletta in certe realtà europee è un retaggio storico risalente ad inizio del secolo scorso e la “cultura” delle due ruote è stata tramandata da generazione in generazione.
Però due fattori hanno inciso notevolmente.
La prima è l’assenza di un grande industria automobilistica che, come è accaduto in Italia, ha letteralmente imposto per decenni la politica economica del Paese (non solo in fatto di mobilità, basta pensare alle sovvenzioni pubbliche elargite e alla cassa integrazione erogata per decenni che hanno distrutto l’economia del nostro Paese); la seconda è di tipo demografico e orografico.
Mi spiego.
La Danimarca ha una popolazione di 5700000 abitanti, una superficie di 43000 kmq, e una densità pari 128 per kmq.
In Italia siamo oltre 60 milioni, 301000 kmq di superficie con una densità pari a 200, 8 kmq, ma considerando l’orografia è un dato da moltiplicare all’ennesima potenza.
Ciò sta a significare che lo spazio per costruire piste ciclabili e implementare l’uso della bicicletta è assai minore rispetto al Paese nordico visto che in molte zone dovrebbero essere abbattuti fabbricati, in altre l’orografia è ostativa.
Contraddizioni e imprecisioni della puntata di ieri, che hanno riguardato anche l’aspetto economico legato alla bicicletta.
Il settore registra un incremento grazie alle nuove e-bike (biciclette servo assistite-elettriche-nel 2016 +121%), mentre la vendita di quelle tradizionali registra una flessione del 2,6%.
Ma non è tutto.
La progettazione e l’assemblamento finale è fatta negli stabilimenti italiani, a differenza della produzione dei telai e buona parte della componentistica proveniente da Taiwan, Romania  e Cina con effetti economici lampanti a livello di introiti e di occupazione nel nostro Paese.
Una scelta operata da la maggior parte dei costruttori italiani e non, come il colosso Bianchi, marco storico italiano, che di italiano ha ben poco (la sede principale a Treviglio) essendo entrata a far parte del gruppo svedese Cycleurope AB.
Migliaia di biciclette prodotte in serie che sono all’antitesi di quelle “confezionate su misura” da mastri artigiani che producono ancora telai a mano come pezzi unici rari.
Proprio la Bianchi è stata presa come esempio di italianità e di sviluppo economico, durante la puntata di ieri.
Una contraddizione in termini reali, con buona pace per alcuni produttori italiani con una proprietà interamente italiana, leader del settore tanto quanto la casa dal tipico “color celeste”, che producono i telai in Italia, a mano, e su misura (forse erano quelle le eccellenze da visitare e citare), con una storia meno antica, ma non meno gloriosa in fatto di prodotti e di vittorie in ambito professionistico.
Forse è stata scelta l’ azienda bergamasca perchè è la preferita dell’ex Presidente del Consiglio Prodi ? (forse sono troppo sospettoso).
Quisquiglie, ma le inesattezze udite ieri sera sono continuate.
Poteva mancare la filippica riguardo il grave problema dell’inquinamento atmosferico che attanaglia le nostre città ?
No di certo.
Ma anche questa tematica è stata intrisa dalla più profonda ideologia.
L’inquinamento atmosferico delle nostre città è prodotto per la maggior parte da vecchi autoveicoli a gasolio e, soprattutto, dalle centrali termiche antiquate che non effettuano i dovuti e previsti controlli, così come i generatori che utilizzano legna e pellet con canne fumarie sporche e intasate che non vengono mai pulite, secondo al normativa vigente, dai proprietari e utilizzatori.
In un recente studio del Politecnico di Milano (come riportato recentemente da “La Stampa”) nelle maggiori città italiane l’inquinamento da CO2 deriva per il 64% dal riscaldamento degli edifici e per il 10% dagli autoveicoli.
Per quanto concerne il particolato la percentuale è diversa (70% veicoli, 10% riscaldamento edifici), ma prodotto dai veicoli più vetusti non dalle autovetture più recenti.
Come solevano dire gli antichi latini “modus in rebus” e in medio stat virtus”, così anche l’utilizzo delle autovetture dovrebbe seguire quegli assiomi, e l’educazione dei cittadini dovrebbe essere impartita dalle Istituzioni in maniera giusta senza cadere nella radicalità estrema.
Il binomio autovetture =inquinamento è una correlazione vera solo in parte dettata da un’ impostazione ideologica ormai superata.
Pensare e volere che ogni bipede umana possa muoversi solo con la bicicletta o con i mezzi pubblici è pura utopia stalinista.
Non tutti godono di ottima salute e di buona efficienza motoria per poter utilizzare la bicicletta o i mezzi pubblici.
Demonizzare a tutti i costi senza se e senza ma l’autovettura è sbagliato e discriminante.
Giusto equilibrio e comprensione, queste sono i dettami che dovrebbero essere applicati anche a livello viabilistico perchè l’ideologia estremizzata produce elementi negativi anche a oggetti “positivi” e meravigliosi come la bicicletta.
 
 
Massimo Puricelli
Castellanza(VA)

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