Da settimane i mass-media e i rappresentanti politici e istituzionali ci invitano a non disertare le urne e andare a votare per la scelta dei rappresentati del Parlamento europeo.

Da alcuni anni l’affluenza supera con difficoltà il 50% e in alcune tornate non arriva nemmeno a quella soglia.
Il voto, diritto-dovere, conquista democratica, a me particolarmente cara fin da bambino.

Quando l’aula della scuola elementare che frequentavo, veniva trasformata in seggio elettorale, immancabilmente si generava dentro me un fremito misto di attesa, speranza, curiosità e voglia di partecipazione.

Le elezioni possedevano un fascino ammaliante, per me, scolaro e bimbo.

Un fascino che potrei definire “genetico”, trasmesso dai racconti dei miei genitori e dei miei più cari parenti, come mia zia (che più volte mise a repentaglio la sua vita per assistere e aiutare suo fratello partigiano ricercato dall’ esercito nazi-fascista) che avevano vissuto le tenebre della dittatura, il dramma della guerra, e poi la meravigliosa conquista della libertà e della democrazia

Smaniavo di poter esercitare questo imprescindibile diritto costituzionale ancorché non possedevo l’età necessaria.
Vivo il ricordo, durante la mia infanzia, l’emozione di accompagnare mio papà al seggio elettorale per le varie tornate elettorali.

Con innocente desiderio, cercavo di ottenere il permesso dei presidenti, senza mai ottenerlo, di poter seguire mio padre in cabina elettorale per partecipare, seppur solo idealmente a quell’atto democratico.

Rimanevo a sostare al di là della porta del seggio, contristato, ma anche sognante e baldanzoso di aver partecipato idealmente a quel “evento”.

Tale ideale è sempre vivo in me, che considera l’espressione del voto, come il più alto e nobile diritto costituzionale.
Nella giornata di sabato assecondando la volontà di mia madre di recarsi a votare, nonostante la veneranda età e alcune patologie, visto la novità della giornata prefestiva scelta e dell’orario di apertura (ore 15), ci presentiamo con un paio di minuti di anticipo all’ingresso della sede elettorale della nostra sezione.
Un minimo anticipo (due minuti), dettata dal rischio di trovare persone in coda fuori dal seggio, e dover far sostare mia madre, in piedi, per più minuti (situazione accaduta in altre elezioni).

Vedo transitare velocemente alcune persone che, con passo spedito, varcano la porta d’ingresso.
Capisco che sono gli scrutatori e i presidenti che evidentemente sono in ritardo.

Allo scoccare delle ore 15 le forze dell’ordine presenti ci comunicano che si dovrà attendere qualche istante per l’espletamento di non precisate operazioni delle sezioni.
Trascorrono alcuni minuti, ma il “via libera” non viene concesso e il numero degli elettori aumenta sempre più.
Anziani in attesa sotto un sole canicolare che si domandano la ragione di questo inspiegabile ritardo; donne e uomini impazienti perchè inevitabilmente si sarebbero recarti sul posto di lavoro con un ritardo maggiore di quello preventivato; altri cittadini che scuotevano, amareggiati, il capo.

Alle ore 15:07 ecco il permesso di varcare la soglia.
Sette minuti di ritardo, poca cosa si potrebbe affermare.
Ma è d’uopo porsi una legittima domanda.

La normativa prevedeva che i seggi dovevano essere aperti sabato dalle ore 15.

In sintesi: apertura pomeridiana, sabato; non domenica, no ore 7, non i canonici e tradizionali orari.
Si potrebbe capire, ma non accettare, un ritardo di tale entità all’alba della giornata di domenica, ma a metà pomeriggio lontano dall’orario della pausa pranzo come sia stato possibile?

L’auspicio è quello che questo genere di superficialità non siano accadute e non accadano in altri seggi elettorali.
Sarebbe un segno di decadenza preoccupante, di superficialità in un momento così solenne.
Sembrano quisquilie, minuzie, ma anche tale “ritardo”, induce la disaffezione del corpo elettorale a partecipare al voto.

Una disaffezione largamente diffusa.

Elettori con poca “emozione” Costituzionale, visto i dati dell’affluenza.

Un “sentimento” Costituzionale che si generava in me oltre 50 anni fa , ma che, ancora oggi, nonostante tutto, non è calato, diminuito, affievolito.
Gli altri miei connazionali hanno lo stesso fervore atavico e “genetico”, che, anche inspiegabili e poco comprensivi ritardi, non scalfiscono?

Massimo Puricelli