Antonio Albanese con il film Lavoreremo da grandi torna a raccontare l’Italia laterale, quella delle province immobili, dei sogni rimasti a metà e delle vite che sembrano sempre sul punto di cambiare senza mai riuscirci davvero.
Il film, che si muove con disinvoltura tra commedia nera, grottesco e dramma umano, è un’opera profondamente italiana, capace di far sorridere e inquietare nello stesso momento, mantenendo un tono accessibile ma mai superficiale.
La storia
La storia ruota attorno a tre amici di vecchia data, figure emblematiche di una maturità incompiuta.
Beppe è un idraulico silenzioso, quasi invisibile, che vive ancora con la madre e sembra aver rinunciato in partenza all’idea dell’amore.
Umberto, invece, è un ex musicista che ha visto sfumare talento, carriera e azienda di famiglia, lasciandosi alle spalle due matrimoni falliti e una malinconia cronica.
Gigi completa il trio: appena escluso dal testamento dell’anziana zia, è l’ennesimo personaggio che vive di aspettative tradite. Sono uomini bloccati, più che sconfitti, sospesi in una provincia che pare cristallizzata nel tempo, con un lago placido a fare da sfondo e da metafora di un’apparente calma stagnante.
L’arrivo di Toni, il figlio di Umberto, rappresenta l’elemento di rottura. Tornato in libertà dopo l’ennesima detenzione, Toni è giovane, brillante e pericolosamente scaltro, con una vita sempre in bilico tra legalità e scorciatoia. Il suo ritorno dovrebbe essere una festa, ma assume fin da subito il sapore ambiguo di una tregua forzata, come se tutti sapessero che quell’equilibrio è destinato a rompersi. Albanese costruisce con attenzione questa attesa, lasciando emergere tensioni sotterranee, silenzi carichi di non detto e un senso di precarietà emotiva che attraversa ogni dialogo.
La svolta narrativa arriva durante una notte alcolica al bar del paese. Al ritorno, i quattro investono accidentalmente un corpo sull’asfalto. Da qui il film cambia registro: il realismo dimesso della prima parte lascia spazio a una lunga notte surreale, claustrofobica e sempre più assurda.
Presi dal panico, i protagonisti scelgono la fuga e si rifugiano a casa di Umberto, dando il via a una spirale di decisioni sbagliate, incomprensioni e colpi di scena. È in questo spazio chiuso, quasi teatrale, che Lavoreremo da grandi trova la sua forza maggiore.
Mix di risate e amare riflessioni
Albanese dimostra grande abilità nel mescolare i toni: il riso nasce spesso da situazioni grottesche o dialoghi taglienti, ma è un riso amaro, che lascia addosso una sensazione di disagio. Le apparizioni di personaggi secondari “folli” non sono mai semplici gag, bensì riflessi deformati delle paure e delle contraddizioni dei protagonisti. Tutto contribuisce ad aumentare la tensione, mentre le maschere sociali cadono una dopo l’altra, rivelando fragilità, rancori e desideri mai confessati.
Uno dei temi centrali del film è il rapporto con il tempo: il tempo perso, quello che sembra non bastare mai e quello che improvvisamente accelera, costringendo a fare i conti con le proprie responsabilità. Il titolo, Lavoreremo da grandi, suona come una promessa rimandata all’infinito, un’illusione che accompagna i protagonisti fin dall’età adulta senza mai concretizzarsi. Albanese osserva questi uomini senza indulgenza ma con profonda empatia, evitando giudizi morali netti e preferendo mostrare le conseguenze delle loro scelte.
Dal punto di vista stilistico, la regia è sobria ma precisa, con un uso efficace degli spazi e dei silenzi. Il lago, la casa, le strade notturne diventano luoghi dell’anima prima ancora che ambientazioni fisiche. Le interpretazioni sono misurate e credibili, con un Albanese che conferma la sua capacità di incarnare personaggi complessi, tragicamente comici e profondamente umani.
Il finale, imprevedibile e coerente al tempo stesso, chiude il film lasciando spazio alla riflessione più che alla consolazione. Lavoreremo da grandi non offre soluzioni facili, ma pone domande scomode su crescita, fallimento e responsabilità.
È un film che parla a un pubblico ampio, grazie al suo tono divulgativo e alla riconoscibilità dei personaggi, ma che sa anche scavare in profondità, confermando Antonio Albanese come uno degli osservatori più lucidi e originali della contemporaneità italiana.
Trama
Lavoreremo da grandi segue la storia di tre amici di vecchia data.
Beppe è un idraulico taciturno che vive ancora con la madre e non si è mai innamorato.
Umberto è un ex musicista fallito che ha rovinato l’azienda di famiglia e colleziona due matrimoni falliti.
Infine Gigi che è stato appena escluso dal testamento dell’anziana zia.
I tre si preparano ad accogliere Toni, il figlio di Umberto, per celebrare il suo ritorno alla libertà. Un’occasione che sa più di tregua che di festa.
Toni è un tipo sveglio, forse troppo, con una vita sempre ai limiti dalla legalità quindi entra ed esce dal carcere in continuazione.
Tutti insieme formano una compagnia improbabile, bloccata in un angolo di provincia sospeso nel tempo con un placido lago che fa da sfondo.
Questa tranquillità viene minata una notte, quando dopo aver alzato il gomito nel bar del paese, i quattro si mettono in viaggio e al ritorno urtano accidentalmente un corpo sull’asfalto.
Presi dal panico scelgono la fuga rifugiandosi a casa di Umberto.
Inizia così una notte lunga e surreale.
Tra colpi di scena, situazioni al limite dell’assurdo e apparizioni di personaggi folli la tensione cresce e gli equilibri già precari tra i protagonisti vengono messi alla prova.
Da questo momento le maschere cadono fino ad un imprevedibile epilogo…


