“Non Ne Posso Più” è una frase che potrebbe stare bene su una maglietta o su un cartello da concerto, ma anche sulla fronte di chi cerca di tenere insieme coerenza, creatività e algoritmo. Carlo Pontevolpe la canta con ironia, ma senza leggerezze di fondo. Tra camerette diventate studi di registrazione, riflessioni che scavalcano i ritornelli e sogni calibrati sulla realtà, la sua musica resta un modo per dirsi le cose — anche quando non piacciono.
“Non Ne Posso Più” è un titolo che potrebbe stare bene su una maglietta, su un diario o urlato nel traffico. Se dovessi stamparlo su un cartello da portare a un concerto… a cosa o chi lo rivolgeresti oggi?
Ciao e grazie per questo spazio! Questa domanda mi ha fatto sorridere! Intanto la maglietta l’ho fatta davvero per il mio videoclip che invito tutti a guardare, anche se non lo faranno (sono disilluso). Il cartello lo rivolgerei sicuramente ai trapper, della trap veramente non se ne può più!
C’è un oggetto o un’abitudine che ti accompagna sempre quando componi? Tipo una tazza precisa, un’ora del giorno, o anche solo una postura?
Bella domanda…più che un oggetto, credo sia un ambiente, cioè la cameretta. Da ragazzo componevo nella mia cameretta. Oggi in quella dei miei figli. C’è qualcosa che mi dà tranquillità, mi fa sentire nel posto giusto.
Produci quasi tutto da solo e curi ogni dettaglio: mai avuto la tentazione di mollare tutto e affidarti a un producer esterno “per vedere l’effetto che fa”?
Sì, devo ammettere che ci ho pensato, ma gli esperimenti sono stati disastrosi. Non è facile trovare persone valide, nonostante siano tutti bravissimi a parole. Poi quando si tratta di fare, li vedi o scappare o cadere come pere cotte. Per ora mi diverto a produrre oltre che a scrivere; se arriverò al punto di stancarmi della produzione, potrei affidarmi a qualcun altro, ma so già che non costerà poco se vuoi un certo livello di qualità.
Hai parlato spesso di libertà artistica. Ma oggi, in un mondo che ti chiede di “funzionare” in 30 secondi, come si resta fedeli a sé stessi senza sparire?
Mi prendo la libertà di fare una confessione: ci sono giorni in cui l’idea di non emergere e sparire nel mare di domanda musicale che c’è oggi mi fa sprofondare in una tristezza indescrivibile, ma poi bisogna abituarsi a focalizzarsi su altro. Anche se arrivassi al cosiddetto successo, quanto durerebbe? Quanto ci vorrebbe prima di chiedere di più? Sono d’accordo con Cremonini che dice che la difficoltà non sta nello scrivere o fare musica, ma nel non crollare mentre fai tutto il resto.
Hai mai ricevuto un consiglio musicale che all’epoca ti sembrava sbagliato ma che col tempo hai rivalutato?
Consigli in generale ne ho ricevuti pochi, ma non perché non ne avessi bisogno, piuttosto perché oggi trovare qualcuno che si prenda la briga di darti un consiglio è difficile; sono tutti presi da se stessi. Diciamo che mi piacerebbe riceverne ogni tanto.
Se Non Ne Posso Più fosse il capitolo di un libro autobiografico, che titolo avrebbe il capitolo successivo?
Wow, domanda difficile. Non posso che attingere al prossimo brano che ho in programma di pubblicare: non vi svelo ancora il titolo, ma vi dico quello che era in origine il nome della canzone, molto evocativo, cioè “Domani”.
Guardando avanti: c’è qualcosa che non hai ancora fatto — artisticamente o personalmente — e che senti il bisogno di affrontare, magari proprio attraverso la musica?
Personalmente, ringrazio la vita perché sono fortunato, ho una famiglia bellissima, un lavoro sicuro e non mi manca niente onestamente. Artisticamente, ho tanti desideri, come quello per esempio di un duetto, magari con una voce femminile. Poi ci sono canzoni che ho nel cassetto da tanto e che voglio produrre e portare a compimento. Ce n’è una a cui tengo particolarmente, che tratta un tema delicato e molto attuale, ovvero la depressione. Spero un giorno di farvela ascoltare.



