In un paese le cui fondamenta sono state erose da un conflitto, la questione di come garantire la sopravvivenza di milioni di persone definisce ogni singola operazione umanitaria. Questo è ciò che spinge il lavoro quotidiano delle organizzazioni non lucrative in Sudan, dove una crisi di vaste proporzioni è costantemente aggravata da una profonda instabilità.
La violenza ha causato uno sfollamento di massa e ha di fatto annientato i servizi essenziali, lasciando la popolazione civile in una condizione di grande vulnerabilità. Di conseguenza, l’assistenza esterna cessa di essere una forma di supporto per diventare un fattore vitale. Per comprendere la risposta sul campo, è necessario analizzare la diversità degli interventi, che spaziano dalla fornitura di acqua potabile alle campagne vaccinali. La guerra in Sudan ha infatti generato una serie di bisogni strettamente interconnessi, che a loro volta chiedono un approccio integrato e altamente specialistico da chi interviene.
L’accesso all’acqua: una priorità vitale
L’accesso all’acqua potabile è la priorità assoluta in qualunque emergenza, precedendo a volte anche la necessità di cibo. In assenza di acqua sicura, infatti, il rischio che epidemie come il colera si diffondano in modo incontrollato diventa altissimo, specialmente nelle aree ad alta densità come i campi per sfollati; di conseguenza, il settore idrico, sanitario e igienico assorbe una porzione fondamentale delle operazioni umanitarie. Gli interventi sul campo consistono nella riabilitazione di infrastrutture idriche già esistenti, come pozzi e sistemi di pompaggio, un compito che necessita di competenze tecniche precise. Laddove questo non sia fattibile, si investe nella perforazione di nuovi pozzi per raggiungere falde non contaminate. A queste attività strutturali si affianca la distribuzione capillare di taniche e di agenti purificanti, strumenti che permettono alle famiglie di gestire l’acqua in modo autonomo. L’approccio è poi completato dalla costruzione di servizi igienici e da campagne di sensibilizzazione sull’igiene, attività cruciali per prevenire la contaminazione e proteggere la salute dell’intera comunità.
La sfida della sicurezza alimentare
La crisi idrica è intrinsecamente legata all’emergenza alimentare. Il conflitto ha infatti compromesso la sicurezza delle zone agricole, impedendo a molti contadini di lavorare la terra, e ha al contempo interrotto le rotte commerciali, causando la scarsità di beni nei mercati. Per affrontare la malnutrizione, le cui conseguenze sono particolarmente gravi per i bambini e le donne in gravidanza, le organizzazioni umanitarie adottano un approccio diversificato. La strategia più diretta consiste nella distribuzione di generi di prima necessità, come farine fortificate e legumi. Per i casi dimalnutrizione acuta severa, si forniscono invece specifici alimenti terapeutici pronti all’uso, formulati per un rapido recupero nutrizionale. In quelle aree dove i mercati locali mantengono una seppur minima funzionalità, si può optare per la distribuzione di contanti o voucher. Questo metodo, quando le condizioni lo permettono, offre il duplice vantaggio di restituire autonomia di scelta alle famiglie e di iniettare liquidità nella fragile economia locale.
Interventi sanitari: dai vaccini alla chirurgia d’urgenza
Con il sistema sanitario pubblico di fatto paralizzato, le organizzazioni umanitarie si trovano a dover coprire un ventaglio enorme di bisogni medici. Il loro intervento parte dalla medicina di base, portata nei luoghi più remoti grazie a cliniche su ruote dove gli operatori possono visitare, diagnosticare e curare le malattie più comuni, oltre a seguire le donne incinte. Accanto a questo lavoro quotidiano, c’è un pilastro fondamentale: la prevenzione. Le campagne di vaccinazione diventano vitali, perché malattie facilmente prevenibili come il morbillo possono trasformarsi in sentenze letali in condizioni di vita precarie. Le squadre si muovono quindi per vaccinare il maggior numero possibile di bambini e fermare le epidemie sul nascere. Infine, c’è la risposta all’emergenza pura, quella della guerra. Si allestiscono punti di primo soccorso per le medicazioni e, dove necessario, vere unità chirurgiche da campo per operare d’urgenza i feriti. In questo modo si cerca di dare una risposta sanitaria completa, che tenga insieme la routine delle cure primarie e il trauma della violenza.



