Immenso Capitano la notizia della tua dipartita mi ha sconvolto.
Pur conoscendo la battaglia che stavi conducendo contro la malattia che ti aveva colpito, per noi tifosi rossoneri, noi “cascavit” del Milan quello Vero, quello del secolo scorso, quando esisteva ancora il Calcio, tu avresti vinto, come sempre, per la tua tenacia, il tuo animus pugnandi, la tua forza di volontà.
Ma tu eri e sarai sempre Immortale.
Tu sarai sempre il Capitano.
Certo capitani emblematici sono anche Maldini padre, Gianni Rivera e Maldini figlio, ma tu sei il Capitano per antonomasia.
Immortale e Capitano, perchè rappresentavi , rappresenti e rappresenterai sempre il Milanismo.
Milanismo, un concetto storico, sociologico, oltre lo sport, oltre il Calcio.
Perchè il Milanismo era la rappresentazione di Milano, della gente lombarda, dei valori, delle tradizioni, della fatica, del lavoro, della generosità, della Milano con il coeur in man
E tu che hai indossato solo e soltanto quella maglia, quei colori, e li hai cinti con la fascia di Capitano sei stato sei e sarai sempre il Capitano.
“Il Capitano c’è solo il Capitano”, così cantavamo noi tifosi per salutarti per inneggiarti.
Era l’urlo prima della “battaglia”, delle mille battaglie che hai condotto sui campi d’Italia d’Europa, del Mondo.
Perchè tu ci guidavi ieraticamente nelle mille battaglie alla conquista di tanti trofei, ma anche nelle sconfitte anche le più amare , ma sempre consumando fino all’ultima stilla di sudore e di sangue.
La fedeltà, il senso di appartenenza, l’attaccamento a quei colori anche nei momenti più bui della storia rossonera, nell’inferno della cadetteria o del rischio fallimento, quando sarebbe stato facile approdare in altri “lidi” più remunerativi, non solo economici, ma anche di rango calcistico e poter indossare più stabilmente la maglia da titolare della Nazionale che era in cima al mondo.
No tu sei rimasto fedele a quei colori a quell’ambiente, ai tifosi che in te si identificavano, che vedevano in te il simbolo della loro amore viscerale, profondo, incrollabile, appassionato.
Un attaccamento, il tuo, che era un riconoscenza per il mondo rossonero che ti aveva adottato fin dall’adolescenza, dalla gioventù degli anni della Primavera, in un momento difficile della tua vita, quando vennero a mancare i tuoi genitori.
Una fedeltà ricompensata dalla Dea Eupalla.
La tua carriera è stata costellata da tantissimi successi, da tanti trionfi, anche se non coronata dall’assegnazione del Pallone d’oro che avresti meritato in quelle stagioni di successi, ma che simbolicamente ti fu attribuito da noi tifosi nel 1989 , quando arrivasti secondo nella graduatoria dietro al tuo compagno, Marco van Basten, con uno striscione esposto a S.Siro.
Tantissime le immagini dei tanti trofei alzati al cielo e delle tante esultanze condivise con i tanti tifosi, sempre presenti sugli spalti di tutto il mondo.
Ma l’immagine, o meglio, la sequela di immagini che meglio rappresentano il tuo profondo “milanismo”, a mio parere, è l’azione e l’esultanza dell’iconica rete di Mark Hateley nel derby del 28 ottobre 1984, allorché “Attila” scaraventò in rete di testa, subissando il “traditore Collovati”, il pallone che ci regalò la vittoria contro l’Inter.
Era il “volo della fenice”, la rinascita dalle ceneri della serie B.
Gol propiziato proprio da un tuo recupero del pallone dai piedi di Altobelli, passandolo a Virdis che fece il perfetto assist per l’incornata maestosa e perfetta di Hateley.
Apoteosi.
Un’ apoteosi festeggiata da un tuo abbraccio quasi violento con Wilkins e Hateley.
Fu gesto liberatorio, di rivincita per tutti gli anni costellati dai tanti problemi, dalle sconfitte, dalle ingiustizie sportive.
Un abbraccio che metaforicamente fu con tutti noi, tifosi rossoneri che condividemmo quelle amarezze in un rapporto simbiotico.
Ciao Capitano, unica e inimitabile bandiera rossonera, la pace sia con te.
Massimo Puricelli
Castellanza (VA)



