HAMNET – Nel nome del figlio è un film che non ha bisogno di effetti speciali per colpire dritto al cuore. Un film che sceglie la via dell’intimità, dei silenzi carichi di significato e delle emozioni che si insinuano piano, senza chiedere permesso.

Non è una biografia classica, né un racconto storico in senso stretto. È piuttosto un viaggio emotivo, delicato e potente, che parte da una perdita per parlare di vita e memoria. 

Al centro del film c’è una famiglia, un figlio e un’assenza che diventa presenza costante. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: “Hamnet” non è solo un nome, ma un’eco, un riflesso, una domanda che rimane sospesa. Il film gioca con questa ambiguità in modo intelligente, lasciando allo spettatore lo spazio per sentire, più che per capire razionalmente. Qui non tutto viene spiegato, e per fortuna: Hamnet si affida allo sguardo, ai gesti quotidiani, ai dettagli minuscoli che raccontano molto più di lunghi monologhi.

Il tono è sorprendentemente leggero, nonostante il tema del lutto. Leggero non vuol dire superficiale, ma umano. C’è spazio per il sorriso, per la tenerezza, persino per una forma di ironia gentile che rende i personaggi vivi, imperfetti, credibili. La sofferenza è silenziosa e scorre sotto la pelle del film, come un fiume sotterraneo.

Uno degli aspetti più riusciti è il modo in cui il film racconta il punto di vista femminile. La madre non è una figura di contorno, ma il vero cuore pulsante della storia. È attraverso il suo sguardo che il mondo prende forma: la natura, la casa, i figli, il dolore e la resilienza. Il film le concede tempo, spazio e profondità, evitando ogni stereotipo. Il risultato è un ritratto intenso, fatto di forza e fragilità che convivono senza mai annullarsi a vicenda.

Visivamente, Hamnet – Nel nome del figlio grazie ad una fotografia che predilige luci naturali, colori morbidi, ambienti che sembrano respirare insieme ai personaggi, dà ad ogni inquadratura la capacità suggerire più che mostrare, per evocare emozioni piuttosto che imporle.

La natura non è semplice sfondo, ma parte integrante del racconto: i campi, gli alberi, il cielo diventano specchio degli stati d’animo, amplificando il senso di perdita e, allo stesso tempo, di continuità.

Il ritmo è lento, volutamente. Non è un film da consumare in fretta, ma da attraversare con calma. Chiede attenzione, ascolto, disponibilità emotiva. In cambio offre un’esperienza che resta addosso, che continua a lavorare anche dopo i titoli di coda. È uno di quei film che non urlano, ma sussurrano – e proprio per questo riescono a farsi sentire più a lungo.

Hamnet – Nel nome del figlio parla di dolore, sì, ma soprattutto di trasformazione. Di come una perdita possa diventare seme di qualcosa di nuovo. Di come l’arte, le storie e l’immaginazione nascano spesso da ferite profonde. Senza mai cadere nella retorica, il film suggerisce che ricordare non significa restare fermi, ma trovare un modo diverso di andare avanti.

In definitiva, è un film che conquista con la sua grazia. Non cerca di piacere a tutti, ma a chi entra nel suo ritmo regala un’esperienza intensa e sincera. Un racconto delicato che dimostra come, anche nel silenzio, si possano dire le cose più importanti.

Sinossi

In un bosco, una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre ma da una donna venuta da lontano. Si chiama Agnes e quando Will la vede se ne innamora subito.

Will è il giovane William Shakespeare, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce e Hamnet muore di peste. Così Hamnet diventa Hamlet.

Tratto dal romanzo del 2020 di Maggie O’Farrell, dalla sceneggiatrice e regista premio Osczar Chloé Zhao, Hamnet – Nel nome del figlio racconta la storia mai rivelata e la perdita che ha ispirato la creazione del capolavoro senza tempo di Shakespeare, Amleto.

 

HAMNET

NEL NOME DEL FIGLIO
(Durata: 125 minuti)
Diretto da Chloé Zhao
con Paul Mescal, Jessie Buckley e Emily Watson
DAL 5 FEBBRAIO AL CINEMA