Il Dio dell’amore è il film di apertura del Bari International Film&Tv Festival (Bif&st) il 21 marzo. Ovviamente è un film sull’amore, quello fatto di tante sfaccettature, proprio come è il mondo contemporaneo, complesso e variegato.
Il Dio dell’Amore – Quando Ovidio torna a parlarci di noi
C’è qualcosa di profondamente antico, e insieme sorprendentemente moderno, in Il Dio dell’Amore. Fin dalle prime sequenze, il film ci invita a entrare in un labirinto di emozioni, di relazioni intrecciate, di passioni che si accendono e si spengono come luci intermittenti in una notte romana.
Ma non è solo un racconto d’amore, nel senso classico del termine: è un’indagine – ironica, poetica, talvolta spietata – su ciò che accade quando l’amore, con il suo caos e la sua grazia, decide di bussare alla porta delle nostre vite.
Il film si struttura come un mosaico umano, una narrazione corale che si muove tra coppie, amanti, solitudini, tentativi di connessione e disconnessione. Ogni personaggio è un frammento di un disegno più grande, un nodo nella complessa rete di relazioni tessuta dal capriccioso “Dio dell’Amore”, figura quasi mitologica eppure sorprendentemente reale nella sua incarnazione di caso, destino, impulso.
È lui, invisibile e onnipresente, a spingere i personaggi l’uno verso l’altro, a unire e separare, a creare cortocircuiti emotivi che spesso lasciano più domande che risposte.
A fare da guida in questo viaggio è Ovidio, il poeta per eccellenza del sentimento amoroso. Ma il suo ritorno non è quello di una statua polverosa o di un eco letteraria: Ovidio cammina tra noi, osserva le fragilità e le nevrosi del nostro tempo con un’ironia elegante e malinconica.
Il suo sguardo attraversa la modernità come un riflesso nello specchio dell’antichità: cambia lo scenario, cambiano le parole, ma non cambia la sostanza del sentimento umano.
L’amore resta il grande teatro dove l’umanità recita sé stessa, dove si alternano la tragedia e la commedia, il desiderio e la paura, il bisogno disperato di essere visti e quello altrettanto forte di nascondersi.
Il tono narrativo è calibrato con una leggerezza intelligente: Il Dio dell’Amore non si prende troppo sul serio, eppure non banalizza mai le emozioni che mette in scena.
C’è un’ironia sottile che smorza il dramma, un sorriso che spesso precede la ferita. Il film riesce così a rimanere sospeso tra il sogno e la realtà, tra la poesia e la quotidianità, tra l’antico e il contemporaneo.
La fotografia del film
Visivamente, il film è un piccolo gioiello. La fotografia gioca con toni caldi e dorati, costruendo un’atmosfera sospesa, quasi metafisica. Gli interni intimi si alternano a spazi urbani aperti, dove i personaggi si perdono e si ritrovano come satelliti in orbita.
Ogni inquadratura sembra cercare la bellezza nell’imperfezione, la verità in un gesto minimo: un abbraccio esitante, uno sguardo sfuggente, un sorriso a metà.
Anche la colonna sonora accompagna con discrezione, scegliendo di sottolineare l’emotività senza mai ingabbiarla — un tappeto sonoro che accompagna i silenzi, i dialoghi interrotti, le confessioni sussurrate.
Tra i personaggi, nessuno è davvero protagonista e nessuno è marginale. Sono tutti tessere dello stesso disegno, tutti parte del gioco orchestrato da quel Dio invisibile che rappresenta l’amore stesso, con le sue contraddizioni.
C’è chi ama troppo e chi non riesce più ad amare, chi teme di perdere e chi non sa tenere, chi cerca nell’altro una verità che non trova in sé.
Questa coralità offre allo spettatore un panorama umano in cui è facile riconoscersi: ognuno di noi, in fondo, ha avuto un momento in cui è stato il personaggio principale di una storia d’amore che sembrava scritta dal destino — o dal capriccio di un dio antico.
Ma ciò che rende Il Dio dell’Amore davvero accattivante è la sua capacità di far convivere contrasti senza mai risolverli. È un film dove la leggerezza sfiora la malinconia, dove la risata e la delusione si alternano con naturalezza, come due facce della stessa esperienza.
L’amore rimane uguale a se stesso
L’amore, ci dice Ovidio con la sua voce gentile e disincantata, non è mai un sentimento lineare o logico: è un mistero che si rinnova in ogni incontro, in ogni separazione, in ogni abbaglio.
La sceneggiatura sfrutta pienamente il potenziale simbolico della figura di Ovidio, che diventa un ponte tra epoche e linguaggi. Le sue parole, spesso in forma di voce narrante, ci accompagnano come un commento poetico e insieme ironico sulla follia amorosa che osserviamo.
È come se il film volesse ricordarci che l’amore non cambia davvero: mutano le forme, i tempi, i codici — ma la sostanza resta quella di sempre, fatta di desiderio, di paure, di malintesi e di splendori improvvisi.
Sotto la superficie delicata, Il Dio dell’Amore scava nel caos dei sentimenti con intelligenza e compassione. Non giudica i suoi personaggi, ma li osserva con una curiosità profonda, quasi scientifica.
E in questo sguardo c’è qualcosa di straordinariamente umano: un riconoscimento, forse, che in fondo siamo tutti vittime e strumenti di quella stessa forza che da secoli i poeti cercano di definire e che nessuno è mai riuscito del tutto a comprendere.
Alla fine, quando le storie si intrecciano e si dissolvono, ci resta la sensazione di aver assistito a un piccolo miracolo narrativo: la mappa di un universo sentimentale dove ogni errore, ogni gesto, ogni fraintendimento trova un suo posto nel grande disegno del caso — o dell’amore, che poi è la stessa cosa.
Il Dio dell’Amore è un film che parla dritto al cuore, ma lo fa con intelligenza, ironia e una malinconia lucidissima. Ci invita a ridere di noi stessi, a rivederci nei nostri inciampi e nelle nostre illusioni, ricordandoci che amare — nel bene o nel male — è l’unica vera forma di immortalità che ci è concessa.
Un’opera poetica, lieve e potente allo stesso tempo, capace di restituire alla parola “amore” tutta la sua complessità, il suo splendore e la sua instabilità.
Un film che non cerca risposte, ma ci offre la cosa più preziosa: la possibilità di sentirci parte, ancora una volta, di quel gioco meraviglioso e crudele che da Ovidio a oggi chiamiamo vita.
SINOSSI
Il Dio dell’Amore è un viaggio, o un’esplorazione, nelle relazioni amorose. Una storia sui destini sentimentali di alcune persone, sui loro modi di amarsi, di sfiorarsi, di entrare in contatto uno con l’altro.
È un racconto corale dal tono ironico, sorridente ma anche amaro, che disegna una umanità impelagata nel caos dei sentimenti che da sempre ci agitano e ci meravigliano.
I personaggi sono tutti collegati da relazioni amorose e, se visti tutti insieme, tutti parte di un fitto disegno, una tessitura dove ognuno è un nodo, un inizio e una fine.
Il loro destino è in mano al Dio dell’Amore, una creatura capricciosa e imprevedibile, a volte benevolo e mite e a volte invece agguerrito e battagliero.
A condurci in questo viaggio è il poeta Ovidio, l’eterno cantore dell’amore che, al di là di ogni sentimentalismo e di ogni morale, torna dalla Roma Imperiale direttamente nella nostra contemporaneità per raccontarci questa storia.
IL DIO DELL’AMORE
Dal 26 marzo al cinema
regia di
Francesco Lagi
con (in ordine alfabetico)
Anna Bellato, Enrico Borello, Benedetta Cimatti, Chiara Ferrara, Corrado Fortuna, Vinicio Marchioni, Isabella Ragonese, Vanessa Scalera
e con Francesco Colella nel ruolo di OVIDIO
scritto da Enrico Audenino e Francesco Lagi
Durata film: 120 minuti
Una produzione Cattleya – parte di ITV Studios – BartlebyFilm e Vision Distribution in collaborazione con SKY e con il Ministero della Cultura Direzione Generale Cinema e Audiovisivo – opera realizzata e distribuita con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo.
Il film aprirà il Bari International Film&Tv Festival il 21 marzo



