Ricordate Mani Pulite?
Eravate già al mondo il giorno in cui Mario Chiesa venne arrestato a Milano?
Avete per caso fatto parte del cosiddetto popolo dei fax?
Eravate di fronte all’Hotel Raphael la sera in cui Bettino Craxi venne preso di mira da un lancio di monetine?
E ricordate il suo famoso discorso in Parlamento?
Sono ormai trascorsi più di trent’anni da quei giorni, e la fine della Prima Repubblica è ancora oggi oggetto di letture diverse e contrastanti.
Di sicuro sarebbe stato interessante poter leggere già allora il nuovo libro di Luigi Grassia, intitolato Corruzione: e se un po’ servisse?
I suoi apologeti da Cicerone a Hamilton (passando per Cavour, Giolitti, Mattei e Craxi), edito da Mimesis e arricchito da un’interessantissima prefazione a cura di Giuseppe De Rita.
Che tra le altre cose, rimarcando come su tale fenomeno sia prevalsa in Italia una visione da magistrati penali e titoli scandalistici, scrive: «Collocare la corruzione esclusivamente in un recinto penale significa non capire che è spesso un elemento interno a più ampi processi (di dialettica sociale, di rivoluzione, di formazione di nuovi Stati, di guerre locali, eccetera)», per poi citare Joseph Nye, il politologo statunitense che presiede il gruppo americano della Commissione Trilaterale – noto tra le altre cose per aver coniato l’espressione “soft power” -, secondo cui «la corruzione è un fenomeno troppo importante per lasciarlo in mano ai moralisti».
Moralista Luigi Grassia non è, altrimenti non si sarebbe cimentato nella stesura di un saggio che con piglio gagliardo mette l’uno in fila all’altro una serie di episodi di corruzione certo lontani dai famosi pouf stipati di banconote di Duilio Poggiolini, vedi quelli che di fatto aiutarono non poco Giuseppe Garibaldi nel portare a termine la celebre spedizione dei Mille e la successiva conquista del Meridione d’Italia, impresa «agevolata da emissari di Cavour che percorsero il Mezzogiorno comprando a peso d’oro le persone più influenti».
Va detto a onor del vero che non si tratta di una specialità italiana: vedi ciò che scrisse Plutarco a proposito di Pericle, che nell’Atene “culla della democrazia” non disdegnava la donazione di denaro pubblico allo scopo di corrompere la moltitudine e di usarne la forza contro l’Areopago.
Altrove, il ricorso alla corruzione è servito ad agevolare in Sudafrica il passaggio dall’apartheid alla democrazia, e perfino a fondare, grazie a una gigantesca operazione speculativa, gli Stati Uniti d’America.
Come già nel caso dei libri precedenti, Grassia sa destreggiarsi tra figure storiche più o meno celebri, si pensi a Thomas Jefferson e a Filippo Mazzei, l’italiano che, come ricorda De Rita, «contribuì a scrivere, con la solenne frase “tutti gli uomini sono nati eguali”, la grande Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti». A fine lettura, viene in mente Giovanni Falcone con il suo metodo follow the money: utile a ricostruire i business mafiosi, ma evidentemente non solo quelli.
Giuseppe Culicchia



