Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato sono una coppia artistica e sentimentale. A dicembre hanno pubblicato Decalogo dell’Amore, il loro primo album congiunto: undici brani che attraversano l’amore nel tempo, tra quotidianità, fragilità e trasformazioni. Il progetto prosegue con il singolo “Come si fa… amarsi ancora”, uno dei momenti centrali del disco. Da qui nasce una conversazione che tocca scrittura, scelte linguistiche e il modo in cui oggi si può raccontare una relazione senza semplificarla.

  

Avete costruito questo album come un’eredità affettiva per i vostri figli. Quando loro ascolteranno queste canzoni tra qualche anno, quale brano pensate li sorprenderà di più per ciò che rivela di voi come genitori e come coppia?

Probabilmente Come si fa… amarsi ancora. Perché lì non c’è un racconto “su” qualcosa: c’è una domanda che ci riguarda in pieno, senza maschere. È biografica proprio perché non si mette in posa: non fa i genitori impeccabili, non fa la coppia esemplare. Fa vedere due persone che, a un certo punto del viaggio, si fermano e si chiedono come si continua — e lo fanno con quella delicatezza un po’ ostinata che di solito si usa solo per le cose che contano. Credo che li sorprenderà questo: non tanto scoprire “cosa è successo”, ma scoprire come abbiamo scelto di stare dentro ciò che succede. Che l’amore, per noi, non era un evento da ricordare, ma una pratica da rinnovare. E che perfino lo smarrimento può essere una forma di fedeltà, se lo trasformi in dialogo invece che in silenzio.

La parola “decalogo” rimanda a regole, comandamenti. Ma l’amore che raccontate sembra fatto più di domande che di certezze. Dov’è finita la dimensione prescrittiva del titolo nel percorso dell’album?

In realtà non l’abbiamo mai cercata, quella dimensione prescrittiva. “Decalogo” per noi è un titolo un po’ di traverso, quasi un sorriso: perché se davvero volessimo dare regole, avremmo fatto un manuale… e magari avremmo fallito comunque. Questo è un decalogo teorico, sì: non nel senso delle regole, ma nel senso delle ipotesi. Undici luoghi — undici scene — dove succede qualcosa. La cucina, il treno, il salotto… non come cartoline, ma come palcoscenici. E ogni palcoscenico ti dice: “guarda che qui, nell’amore, può capitare questo”. Non “devi fare”, ma “può succedere”. Che è molto più onesto. E poi c’è l’ironia più semplice: lo chiami Decalogo e poi le canzoni sono undici. È come dire: anche volendo, dieci non bastano. Perché l’amore non entra in un numero tondo, non sta dentro un elenco ordinato. Ogni coppia aggiunge una stanza, una regola che non sapeva di avere, una storia che non era ancora scritta. Quindi sì, il titolo ha un tono da norma… ma il disco lo contraddice con garbo: ti fa capire che le sfaccettature sono sempre di più, e che le “regole” migliori, spesso, arrivano dopo. Quando hai già vissuto abbastanza da non crederci più troppo — e abbastanza da averne ancora bisogno.

Emanuele, vieni da anni di tour internazionali con The Beards e collaborazioni anglofone. Cosa è cambiato nel tuo approccio alla musica quando hai iniziato a scrivere in italiano e insieme a Chiara? 

Scrivere in inglese, per me, era anche un modo di prendere distanza: una lingua bellissima, elastica, musicale, ma in cui puoi nasconderti un po’. L’italiano invece ti guarda in faccia. Non perdona. Se sei generico, si sente subito. Se fai il brillante, rischi il cabaret. Se fai il poeta, rischi il soprammobile. Con Chiara, poi, cambia tutto perché non stai solo “scrivendo canzoni”: stai scrivendo dentro una relazione. L’italiano lì diventa una lingua domestica, con le sue sfumature, le sue parole che hanno già una storia.
E ti costringe a una verità diversa: non puoi raccontare l’amore come un tema, devi raccontarlo come una cosa che abiti. In inglese potevo essere più “autoriale”. In italiano, con Chiara, sono diventato più responsabile.

È da poco uscito il vostro singolo “Come si fa… amarsi ancora”: il titolo stesso è una domanda aperta, quasi un’ammissione di smarrimento. Avete trovato una risposta mentre scrivevate il brano, o la canzone vive proprio di quella sospensione?

Vive di quella sospensione, ma non è un vuoto. È come una porta socchiusa: non ti dice “ecco la soluzione”, ma ti fa entrare in una stanza in cui la risposta può nascere. La risposta, se c’è, non è una frase da appendere al muro. È un gesto che si ripete: accorgersi, tornare, parlare quando sarebbe più facile chiudersi, alleggerire l’altro invece di aggiungere peso.
 Quindi sì: mentre scrivevamo non abbiamo trovato una “risposta” definitiva — e meno male. Abbiamo trovato semmai una consapevolezza: che l’amore non si risolve, si pratica. E la canzone, più che spiegare, accompagna quella pratica.

Parlate di “amore adulto” fatto di routine e “piccole pigrizie”. In un’epoca in cui l’amore viene spesso raccontato attraverso picchi emotivi e drammi, cosa vi ha spinto a cantare invece la bellezza dell’ordinario?

Perché i picchi sono rumorosi e quindi sembra che siano tutto. Ma la vita di una coppia, se dura, è fatta soprattutto di giorni che si somigliano — e non per tristezza: per continuità.
 Noi volevamo raccontare la bellezza dell’ordinario perché è lì che si vede se l’amore è un sentimento o una scelta. E poi c’è una cosa quasi politica: oggi l’amore viene spesso raccontato come spettacolo — picchi, drammi, svolte, cliffhanger. Ma l’amore vero assomiglia più a una stufa che a un fuoco d’artificio: non fa scena, però ti scalda quando serve.
 Cantare l’ordinario è un modo per dire che la cura non è una cosa minore. È la cosa.

Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato

Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato

 

Tra le undici tracce, quale brano ha richiesto più tempo per trovare la sua forma definitiva e perché? E quale invece è arrivato quasi completo sin dalla prima stesura?

I brani che hanno chiesto più tempo sono stati Gassa d’amante e Tra Nebbia e Foschia. Sono due canzoni “di atmosfera”, e l’atmosfera è una bestia delicata: se la stringi troppo scappa, se la lasci troppo libera si dissolve. Lì la forma non la trovi con la forza, la trovi per sottrazione: togli finché resta solo quello che respira. È come cercare una strada nella nebbia: devi fidarti del passo, non della mappa. Al contrario, Voglio essere una tua bugia e Amori di Maggio sono arrivate quasi già intere. Non perché fossero facili, ma perché avevano già un cuore che batteva chiaro fin dalla prima stesura. Alcune canzoni le costruisci; altre ti arrivano addosso come un pensiero che non riuscivi a dire e finalmente trova la sua frase. E quando succede, la cosa più intelligente che puoi fare è non rovinare tutto con troppa bravura: restare al servizio di quella prima verità. 

Cosa vi aspetta ora?

Ora ci aspetta la cosa più rara: lasciare che l’opera cammini da sola. Questo disco è un debutto e, insieme, una forma di ritiro: non nasce per stare sotto i riflettori, nasce per restare.
 Il podcast completa il corpo del progetto, come un retro-libro sonoro: non un backstage, ma un’altra stanza della stessa casa. Se arriveranno dei live, saranno capitoli — apparizioni scelte, senza fretta, nei luoghi giusti. Ma non c’è l’ansia del tour, non c’è la corsa.
 Adesso, più che “fare il prossimo passo”, ci interessa ascoltare cosa succede quando una storia esce di casa: cosa prende con sé, e cosa — con discrezione — resta con noi.