Luisiana è il progetto musicale del cantautore siciliano Sebastiano Inturri, una realtà emergente che negli ultimi mesi ha iniziato a farsi notare grazie a una proposta capace di unire alternative pop, synth pop e atmosfere dream pop in un linguaggio personale e contemporaneo. Dopo aver pubblicato musica con il nome di Ian Luis, ha intrapreso un nuovo percorso artistico culminato nell’uscita del suo album d’esordio, “La paura non esiste”, un lavoro che segna l’inizio di una nuova fase creativa. Lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio e approfondire il mondo che si cela dietro il progetto Luisiana.

Prima di Luisiana hai pubblicato brani come Ian Luis: come è nata l’idea di cambiare nome artistico e perché hai scelto proprio “Luisiana”? Cosa significa questo nuovo nome per te, rispetto a Ian Luis?
Ian Luis rappresentava una fase molto personale, quasi diaristica, del mio percorso. Con il tempo ho sentito il bisogno di creare uno spazio più ampio, che non fosse legato solo alla mia identità ma anche a un immaginario. Luisiana è nata così: come un luogo mentale prima ancora che un nome. È un progetto che mi permette di raccontare emozioni, paure e desideri in modo più libero. Per me segna un passaggio dalla dimensione individuale a una dimensione più aperta e narrativa.

Nei testi parli molto di paure e di luci nel buio: puoi raccontare un’immagine o un momento concreto che ha ispirato la title track di “La paura non esiste”?
La title track è nata da una sensazione molto precisa: quei momenti in cui cammini da solo di notte e il silenzio amplifica tutto quello che hai dentro. Ricordo una sera in particolare in cui mi sentivo sopraffatto da pensieri e preoccupazioni, ma guardando le luci lontane della città ho avuto la percezione che la paura fosse qualcosa di meno concreto di quanto sembrasse. Da quell’immagine è nato il brano: l’idea che spesso siamo noi a dare forma e potere alle nostre paure.

Hai detto che la paura è un pensiero: come l’hai trasformata in musica durante la scrittura e la produzione?
Ho cercato di tradurre quella tensione attraverso contrasti sonori. Ci sono parti più sospese e malinconiche che rappresentano il dubbio e l’incertezza, mentre le aperture melodiche vogliono suggerire una sorta di liberazione. Anche nella produzione ho lavorato molto sulle dinamiche, facendo convivere elementi più fragili e intimi con suoni più luminosi, quasi a raccontare il passaggio da uno stato mentale all’altro.

Il sound mescola synth pop, lo-fi e dream pop: come hai scelto il linguaggio sonoro per ogni canzone, e c’è un brano in cui ti sei concesso più sperimentazione?
Ogni canzone ha trovato il proprio linguaggio in modo abbastanza naturale, partendo dall’emozione che volevo raccontare. Alcuni brani chiedevano sonorità più dirette e pop, altri invece avevano bisogno di atmosfere più rarefatte e sognanti. Credo che il pezzo in cui ho sperimentato di più sia stato quello in cui ho lasciato convivere maggiormente texture lo-fi, synth più cinematici e strutture meno convenzionali. È stato il momento in cui mi sono sentito più libero di seguire l’istinto.

Hai lavorato tra Milano e la Sicilia: in che modo i due luoghi hanno influito sulle atmosfere dell’album?
Milano e la Sicilia rappresentano due energie molto diverse che convivono dentro di me. Milano ha influenzato l’aspetto più urbano, veloce e notturno del disco, mentre la Sicilia ha portato spazio, memoria e contemplazione. Credo che molte delle atmosfere dell’album nascano proprio da questo contrasto continuo tra movimento e radici, tra distanza e appartenenza.

Qual è stata la reazione più inaspettata che hai ricevuto finora da qualcuno che ti ha ascoltato, magari durante il tour?
La cosa che mi sorprende sempre è quando qualcuno mi racconta una storia personale partendo da una mia canzone. Una persona mi ha detto che un brano l’ha aiutata a dare un nome a una sensazione che non riusciva a spiegare da tempo. In momenti come questi capisco che la musica smette di appartenere a chi la scrive e diventa qualcosa di condiviso.

Guardando al futuro, c’è un tema o un suono che vorresti esplorare nel prossimo progetto che ancora non hai toccato con “La paura non esiste”?
Mi piacerebbe esplorare ancora di più il rapporto tra realtà e immaginazione, tra memoria e futuro. Dal punto di vista sonoro vorrei spingermi verso produzioni più immersive, magari contaminando ulteriormente il mio linguaggio con elementi elettronici e ambient. Mi interessa continuare a cercare nuovi modi per raccontare emozioni senza perdere l’immediatezza che sento appartenere a questo progetto.