La strabica e anacronistica battaglia di genere

La strabica e anacronistica battaglia di genere

“In Emilia Romagna bisogna votare Stefano Bonaccini perchè è più bravo. Lucia Borgonzoni, per dirla alla milanese, non sa neanche da che parte è girata. Lasciamola alla camera con le sue sciocche t-shirt…”. Così si è espresso, il sindaco di Milano, Beppe Sala,  alla presentazione del programma di Stefano Bonaccini candidato di centro sinistra alla prossime

“In Emilia Romagna bisogna votare Stefano Bonaccini perchè è più bravo. Lucia Borgonzoni, per dirla alla milanese, non sa neanche da che parte è girata. Lasciamola alla camera con le sue sciocche t-shirt…”.

Così si è espresso, il sindaco di Milano, Beppe Sala,  alla presentazione del programma di Stefano Bonaccini candidato di centro sinistra alla prossime elezioni regionali del 26 gennaio.
Una dichiarazione sprezzante.
Per alcuni politici di centrodestra è una dichiarazione sessista.
Certo è che, l’endorsement del primo cittadino milanese non può essere annoverato nella “galanteria” di una dialettica politica moderata e rispettosa degli avversari.
Uno stile, quello del sindaco Sala, conforme alla esclusività della “battaglia di genere” che la sinistra ha condotto in questi anni.
Una battaglia che si potrebbe definire “farisaica”.
La levata di scudi, avviene solamente se la donna offesa, umiliata, oltraggiata, non è un esponente, oggi, di centro-destra, ieri, dell’ pentapartito.
Battaglia, quella di questi ultimi anni, che è strabordata in un ideologismo oltranzista, che nulla a che vedere con le legittime lotte del XX secolo che hanno eliminato norme, consuetudini, vecchi retaggi di una società maschilista dove non erano garantiti né diritti, né dignità.
La parità di genere non è garantita, secondo, gli studi statistici attuali.
In realtà, l’elemento che difetta nella società italiana, non solo in quella contemporanea, è l’ atavico vizio della scarsa applicazione del valore meritocratico.
Le normative inerenti le Pari opportunità, le “quote rosa”, sono evidenti storpiature che attribuiscono uno status di inferiorità al genere femminile.
Il valore fondante deve essere il merito senza distinzione di genere. Punto.
E’ storia, invece, purtroppo, che in questi ultimi due decenni, l’ideologismo femminista progressista abbia assunto quel ruolo di “supremazia” paragonabile al becero potere maschilista che ha caratterizzato i secoli scorsi.
Assegnare cariche in quota di genere; attribuire onorificenze di Stato (emblematici furono i cavalierati assegnati alle giornaliste inviate in Iraq a discapito dei colleghi uomini) solo per ragioni di sesso, è uno sfregio alla dignità femminile.
Lo è maggiormente quando si ode il silenzio assordante delle schiere del femminismo e della sinistra progressista nella mancata difesa di una donna di destra offesa con retrogradi clichè fallocratici.
Del resto le cronache della politica italica ha raccontato il doppiopesismo tout court dei progressisti, globalisti, solidali, “rispettosi delle diversità”.
Una “diversità” di considerazione di donne e di uomini, purtroppo.
Aspetto misero e ripugnante di certi oltranzismi ideologici che vanno ad intaccare la dignità delle persone (senza di distinzione di genere).
Agli uomini e alle donne rappresentanti politici delle Istituzioni nazionali e locali vengono giudicati e “condannati” di misoginia o di estremismo gineceo a seconda della loro appartenenza al ramo costituzionale.
Se un leader politico di destra ha avuto più di un’ unione matrimoniale o di una storia sentimentale, ecco che viene avvolto dallo stigma di donnaiolo (si potrebbe utilizzare anche un termine più volgare e più utilizzato dalla vulgata comune…) senza remore morali, senza alcun senso famigliare.
Non così se l’uomo politico è di sinistra.
In tal caso, se le mogli sono state tre o quattro, semplicemente l’amore è eterno finchè dura, come racconta C. Verdone in un celebre film del 2004.
Se una donna politica di destra non “formalizza” la sua unione sentimentale, ecco scendere su di lei la scomunica “a divinis” dal genere femminile,  delle rappresentanti dei movimenti femministi internazionali.
Così pure, se la compagna o il compagno, il marito o la moglie è di nobile lignaggio, o una progenie famigliare di classe sociale benestante, il sentimento amoroso è solo apparente ed effimero, basato su venali interessi.
Non solo.
La discriminazione investe ogni ambito, anche l’abbigliamento indossato nella vita privata, e non importa se tale critica proviene da paladine “femministe” che vorrebbero, anzi che “Vogliono” il Potere, ma anche le Rose, anche se talvolta si sono esposte al sole estivo in veste adamitica, pardon, utilizzando un neologismo, si potrebbe definire “evatica”.
Il solito doppiopesismo della sinistra globalista; la sua peculiare caratteristica, il suo segno distintivo.
Solidale a parole, ma nella realtà quotidiana erige barriere, impone veti alla accoglienza nei loro buen ritiri (Capalbio docet), applicando il motto anglosassone “not in my backyard”.
La politica italiana degli ultimi due decenni è questa.
Destra, sinistra, centro, poche proposte fattibili per far crescere il Paese (nel 1994 il debito raggiunge il 124% del PIL, ora è al 135,7), e continue schermaglie ideologiche infruttuose, inutili, deleterie, che rendono la nostra democrazia malata, fragile, avvolta da una “palude” che avvinghia anche i settori economici.
Merito, poca burocrazia, politica del fare, i capisaldi da seguire, abbandonando eredità antiquate e deleterie come la battaglia di genere.
    
Massimo Puricelli
Castellanza(VA)

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