In questo mondo globalizzato, dove è possibile raggiungere, in poche ore, luoghi distanti migliaia di chilometri, è inevitabile la trasmissioni di patogeni infettivi da zone lontane, veicolati dagli stessi mezzi aerei che utilizzano ogni giorno i milioni di viaggiatori o, dalle milioni di tonnellate di merci che vengono spedite da ogni angolo del Pianeta.
Una situazione geopolitica che ha permesso la diffusione del Sars CoV2 e lo scoppio della pandemia.
Dopo due anni e mezzo dall’inizio, con la dichiarazione della fine dell’emergenza covid, più per ragioni economiche, che per la realtà dei dati epidemiologici, le istituzioni governative di tutto il mondo hanno decretato la necessità di convivenza con il virus ormai endemizzato.
Una decisione dettata dalla “fatica pandemica” generata da una strategia alquanto raffazzonata basata su misure di contenimento non calibrate alla tipologia di virus, e non dando credito a eminenti studiosi che avevano consigliato differenti metodiche e differenti soluzioni.
Il sociologo Ricolfi, ad esempio, suggerì un diverso utilizzo del “lockdown” (come descritto nel suo libro, “La notte delle ninfee”) in cui viene dimostrato con calcoli matematici, la necessità di una serrata di breve durata, ma totale, per limitare al minimo la diffusione del patogeno e impedirne la moltiplicazione non più controllabile.
Il Professor Buonanno, ingegnere di fisica tecnica ambientale, esperto di flusso dinamica e ambiente, per mesi ha dimostrato, scientificamente la modalità di trasmissione del Sars CoV2 tramite aerosol, e l’importanza della ventilazione degli ambienti al chiuso per ridurre la presenza del virus.
Si deve, poi, aggiungere, la decisione dei vari Governi, di scegliere come unica soluzione farmacologica, lo sviluppo celere (solamente 7 mesi) e l’utilizzo di vaccini “in parte sterilizzanti” (ovvero che non proteggono totalmente dall’infezione e dal contagio, ma incentrati nel prevenire la severità della malattia e il decesso) solamente per le prime varianti del virus, e non per le numerosi mutazioni che si susseguono ogni 6 mesi, oltre al mancato sviluppo di nessun nuovo antivirale specifico curativo.
Di più.
Nessun focus riguardo il cosiddetto “long covid” ovvero importanti e debilitanti effetti che l’infezione genera successivamente la fase acuta, a livello cardiaco, neurologico, cognitivo, oltre a non poter prevedere quali conseguenze, potranno sorgere tra 10 o 20 anni.
La paura della repulsione dei cittadini al solo pronunciare la parola covid, e il timore di perdere consenso, ha del tutto cancellato ogni informazione e limitato le risorse per la ricerca di nuovi vaccini e farmaci non solo per il covid , ma anche per altre patologie infettive virali.
Molti ricercatori impegnati nello sviluppo di tali medicinali lamentano la mancanza di fondi per completare l’iter scientifico, oltre alle lungaggini burocratiche reintrodotti dopo il periodo pandemico.
L’Italia effettua pochissimi sequezionamenti genomici del Sars CoV2 (ci supera anche il Ghana) e l’oblio del, ormai, endemico patogeno, è quasi totale.
La stessa politica igienico sanitaria viene adottata per i virus veicolati dalle zanzare, che ogni estate colpiscono milioni di persone.
Dengue, West Nile, Zika, Chikungunya virus endemici in zone tropicali arrivati anche in latitudini con climi temperati (ormai ex, visto le estati tropicali che si manifestano da oltre 25 anni) proprio in virtù dei numerosi viaggi e del clima ormai mutato che rende più facile la diffusione di questi patogeni.
A differenza della seconda metà del secolo scorso, allorché le malattie infettive vennero realmente rese innocue con lo sviluppo di vaccini sterilizzanti e con la diffusione degli antibiotici (per le malattie infettive batteriche), oggi nell’era iper-tecnologica e dopo una recente pandemia che ha causato 28 milioni di morti (cifra sottostimata), non esiste una vera e decisa volontà di limitarne la diffusione.
Il “messaggio” delle Istituzioni governative e mediche, la “vulgata” ufficiale reiteratamente ci informa della non pericolosità degli effetti per la stragrande maggioranza delle persone e che solamente la categoria dei fragili deve fare attenzione.
Il refrain ripetuto ad ogni emersione di qualche focolaio, o del maggior indice di diffusione nel corso dell’anno, è quello di minimizzare il pericolo sottolineando che la stragrande maggioranza dei casi sono asintomatici, pauci sintomatici (sintomi di lieve entità) e che unicamente per anziani, immunocompromessi, malati oncologici, pazienti con fragilità, l’infezione potrebbe provocare complicazioni serie, un quadro clinico severo, o il decesso.
Ecco, pertanto che non appena la cronaca informa di qualche decesso causato da un virus o un batterio trasmissibile, compare “urbi et orbi”, il solito “frasario” :”…la persona deceduta per l’infezione X,Y,Z, era anziana con commorbidità, era un paziente immunocompromesso, era portatore di fragilità, ecc…”.
Analizzando tale espressione “rassicurante”, si evince che dal “liberi tutti” post emergenza covid si è applicato l’antico proverbio: “ognuno per sé e Dio per tutti”.
Per meglio definire la situazione igienico sanitaria delle malattie infettive, e chiaro a tutti che la società post moderna di questo decennio è stata catalogata in due categorie.
Nella prima categoria fanno parte i cittadini di “serie A”, o come li definirebbe Tiberio Braschi, alias M.Mastroianni, fotografo squattrinato della banda di maldestri ladri dell’iconico film della commedia italiana anni 50, “I soliti ignoti” , i “forti e gagliardi”.
Nella seconda categoria, i cittadini di “serie B”, coloro che sono fragili, “delicatucci” (come li definirebbe Peppe Baiocchi detto il Pantera sodale del sopra citato Tiberio Braschi), gli anziani, e i malati cronici o gli immuno depressi.
Per ragioni socio.economiche, per politiche economiche, per non creare problemi e intralci al “luna park” italico basato su enogastronomia, turismo e attività ludiche varie, e la non volontà di destinare le risorse economiche per la ricerca e lo sviluppo di vaccini e farmaci antivirali per debellare vecchie e future malattie infettive, i cittadini di “serie B” sono stati abbandonati al loro destino.
La loro condizione di fragilità, la loro esistenza messa in reale pericolo da vecchi e nuovi patogeni non viene difesa da una politica sanitaria pubblica, ma della comportamenti personali e nell’aiuto della “buona sorte”.
La loro esistenza quotidiana è alquanto guardinga e limitata, così come per i loro congiunti e conviventi che debbono adottare misure di sicurezza per minimizzare il rischio di contagio, sapendo che non esistono farmaci curativi, e viene fornita una poco efficace profilassi.
Una condizione discriminate senza alcuna colpa, visto che le malattie infettive respiratorie o veicolate da insetti, non sono causate da assunzione di stupefacenti, abuso di alcool, stili di vita smodati o che non rispettano le normali regole igienico sanitarie che sono state stabilite e applicate dalla seconda metà del XX secolo.
Il pericolo può derivare anche dagli affetti più cari.
Parafrasando un passo del Vangelo di Giovanni (9:1-7), “… Rabbì chi ha peccato lui o i suoi genitori perchè sia nato cieco? Nè lui , nè i suoi genitori hanno peccato…”, i fragili , gli ammalati, non vivono le loro disabilità per aver “peccato”.
Sono, evidentemente esseri umani, cittadini di pari dignità, come le persone sane di robusta costituzione.
Un valore religioso, ma anche e soprattutto laico e civico di una società che si vuole definire civile e solidale.
E se nella realtà dei fatti non è così, almeno nelle dichiarazioni delle Istituzioni e degli esperti, non si pronunci più quella irrispettosa frase quando il trapasso a “miglior vita” è causato o potrebbe essere provocato da una malattia infettiva.
Rispetto per la dignità umana, please.



