Con Se solo potessi ti prenderei a calci, la regista Mary Bronstein firma un’opera sorprendente, audace e profondamente umana, capace di fondere ironia e disperazione in un equilibrio tanto fragile quanto magnetico.

Presentato e accolto con entusiasmo al Sundance Film Festival e alla Berlinale, il film si regge sulle spalle di una straordinaria Rose Byrne, qui in stato di grazia, nel ruolo di Linda: psicologa affermata, madre premurosa e donna sull’orlo di un crollo emotivo che si manifesta – letteralmente – quando il soffitto del suo salotto le piomba addosso.

L’evento traumatico che apre la vicenda è più di un espediente narrativo: è la materializzazione concreta di una pressione accumulata nel tempo. Linda è una donna competente, abituata ad ascoltare e a sostenere gli altri, ma sempre meno capace di riconoscere il proprio bisogno di aiuto.

Quando la casa diventa inagibile, è costretta a rifugiarsi in un motel insieme alla figlia, una bambina che necessita di attenzioni mediche costanti. È qui che la narrazione assume una dimensione quasi claustrofobica: la stanza anonima del motel si trasforma in un microcosmo in cui si concentrano ansie, responsabilità e tensioni irrisolte.

Bronstein sceglie un tono che sfugge alle etichette. Non è un dramma familiare tradizionale, né una commedia nera in senso stretto. È piuttosto un racconto che scivola continuamente tra registri, alternando momenti di autentica angoscia a situazioni paradossali, talvolta grottesche.

La “sfilata di personaggi eccentrici” che gravita attorno a Linda – tra clienti problematici, figure ambigue e incontri surreali – contribuisce a creare un senso di instabilità costante. Il mondo sembra sfuggirle di mano, e lo spettatore con lei.

Il marito, presenza evanescente e sostanzialmente assente, incarna una delle tante crepe nella vita della protagonista. Non c’è bisogno di grandi conflitti espliciti: la distanza emotiva si avverte nei silenzi, nelle telefonate frettolose, nella sensazione che il peso della gestione familiare ricada quasi interamente su Linda. A questo si aggiunge la scomparsa di una paziente, evento che insinua un sottile senso di colpa e mette in discussione la sua identità professionale.

Se come terapeuta è abituata a guidare gli altri fuori dal caos, ora si ritrova lei stessa smarrita.

La regia di Bronstein è essenziale ma incisiva. La macchina da presa rimane spesso vicina al volto di Byrne, catturandone ogni sfumatura: lo sguardo che si incrina, il sorriso forzato, la rabbia trattenuta. L’uso degli spazi – la casa danneggiata, il motel impersonale, gli studi medici – riflette lo stato interiore della protagonista. Non c’è mai compiacimento estetico, ma una ricerca di autenticità che rende ogni scena vibrante e tangibile.

Rose Byrne offre un’interpretazione stratificata e potentissima. La sua Linda è insieme brillante e vulnerabile, ironica e disperata. L’attrice riesce a rendere credibile la progressiva perdita di controllo senza mai scivolare nell’eccesso melodrammatico.

Ogni gesto, ogni esitazione, racconta una donna che tenta con tutte le forze di mantenere un’apparenza di normalità mentre il terreno sotto i suoi piedi continua a cedere.

La difficoltà di essere una madre 

Uno degli aspetti più riusciti del film è la rappresentazione della maternità lontana da idealizzazioni. Linda ama profondamente sua figlia, ma è stanca, frustrata, a tratti sopraffatta. Il film ha il coraggio di mostrare il lato meno romantico della cura: le notti insonni, la paura costante, il senso di inadeguatezza.

In questo, Se solo potessi ti prenderei a calci si inserisce in una tradizione contemporanea che indaga la genitorialità con sguardo onesto e disincantato.

Il titolo stesso suggerisce un’ironia rabbiosa, un desiderio di reazione che resta sospeso tra fantasia e realtà. È come se Linda covasse un impulso primordiale a ribellarsi contro tutto ciò che la opprime: le aspettative sociali, il ruolo di madre perfetta, l’obbligo di essere sempre forte. Ma il film non offre soluzioni semplici né catarsi consolatorie. Piuttosto, accompagna lo spettatore dentro una spirale di situazioni sempre più fuori controllo, lasciando emergere la complessità delle emozioni.

Una donna che deve barcamenarsi tra diversi ruoli 

In definitiva, l’opera di Mary Bronstein è un ritratto intenso e coinvolgente di una donna in bilico. Con una scrittura affilata, una regia sensibile e un’interpretazione memorabile di Rose Byrne, il film riesce a essere al tempo stesso ironico e doloroso, caotico e profondamente umano. Se solo potessi ti prenderei a calci non è solo la cronaca di un crollo – reale e metaforico – ma anche la testimonianza della resilienza imperfetta di chi continua ad andare avanti, anche quando tutto sembra cedere.

Un film che lascia il segno, capace di far sorridere amaramente e di colpire dritto allo stomaco.

(Durata 1h 53min)

Un film di Mary Bronstein

 con Rose ByrneConan O’BrienDanielle Macdonald