Packaging alimentare antimicrobico e economia circolare si incontrano in una tecnologia sviluppata in Italia

Una startup deeptech di Sassari sta trasformando uno scarto della lavorazione della liquirizia in un additivo a base di nano-polymer dots, progettato per contrastare virus, batteri e funghi. I primi test di laboratorio indicano un’attività particolarmente interessante contro i microrganismi responsabili del deterioramento della frutta fresca, con l’obiettivo di aumentare la shelf-life delle fragole e contribuire alla riduzione dello spreco alimentare.

Tre giorni possono sembrare un intervallo brevissimo. Per una fragola, invece, possono rappresentare la differenza tra un prodotto ancora commercializzabile e uno destinato allo scarto.

È proprio da questo problema, apparentemente semplice ma enorme se osservato su scala industriale, che parte la ricerca di Alkelux, startup deeptech nata a Sassari e fondata dal chimico Matteo Poddighe. L’azienda ha sviluppato un additivo antimicrobico ottenuto a partire dagli scarti della filiera della liquirizia, con una caratteristica particolarmente interessante: l’attività contro microrganismi differenti sembra conservarsi anche quando il materiale viene incorporato all’interno delle plastiche utilizzate per il packaging alimentare.

L’obiettivo è ambizioso: intervenire direttamente su uno dei passaggi più delicati della filiera dell’ortofrutta e provare a rallentare il deterioramento degli alimenti freschi.

Fragole, muffa grigia e il problema dello spreco alimentare

La fragola è uno dei frutti più delicati da conservare. Una volta raccolta e arrivata nella distribuzione, il tempo a disposizione prima che perda qualità può essere molto ridotto. Tra i principali responsabili del deterioramento c’è Botrytis cinerea, il fungo comunemente associato alla muffa grigia, capace di compromettere rapidamente i piccoli frutti.

Il problema assume dimensioni molto più grandi quando si passa dal singolo cestino alla filiera alimentare nel suo complesso. Lo spreco di prodotti freschi rappresenta infatti una delle questioni più complesse per produttori, distributori e consumatori.

La ricerca di soluzioni capaci di rallentare la proliferazione dei microrganismi è quindi da anni uno degli obiettivi della tecnologia applicata al packaging alimentare. L’idea non è soltanto quella di proteggere fisicamente il prodotto, ma di trasformare la confezione in una componente attiva del processo di conservazione.

Ed è qui che entra in gioco la tecnologia sviluppata da Alkelux.

La liquirizia diventa materia prima per la nuova tecnologia

lenews packaging alimentare antimicrobico

Alla base del progetto ci sono particolari nanomateriali a base carboniosa, appartenenti alla famiglia dei carbon dots. Si tratta di strutture di dimensioni nanometriche che sono oggetto di ricerca in diversi ambiti scientifici grazie alle loro caratteristiche fisico-chimiche.

Nel caso di Alkelux, il punto di partenza è particolarmente curioso: non una materia prima di pregio, ma uno scarto agricolo.

La startup utilizza infatti la cosiddetta peluria delle radici di liquirizia, materiale che non viene impiegato nei principali processi di estrazione della pianta e che, secondo quanto riferito dall’azienda, non trova oggi significativi sbocchi industriali alternativi.

Quello che normalmente rappresenta un residuo può così diventare la materia prima per ottenere i nano-polymer dots destinati alle applicazioni antimicrobiche.

Il progetto si inserisce quindi nella logica dell’economia circolare, cercando di trasformare un materiale di scarto in una risorsa tecnologica ad alto valore aggiunto.

La scelta della liquirizia ha inoltre un legame con il territorio italiano. La Calabria concentra gran parte della produzione nazionale e rappresenta quindi un bacino potenzialmente importante per l’approvvigionamento della materia prima necessaria alla futura produzione industriale.

Nano-polymer dots contro virus, batteri e funghi

La parte più interessante della ricerca riguarda il comportamento antimicrobico del materiale.

Secondo i risultati dei test in vitro comunicati da Alkelux, i nano-polymer dots hanno mostrato attività nei confronti di tre differenti categorie di microrganismi: virus, batteri e funghi.

Nel caso di specifici virus utilizzati nei test, l’azienda riferisce una riduzione della carica virale arrivata fino al 98%. Sul fronte batterico è stata osservata un’attività inibitoria nei confronti di batteri Gram-positivi, mentre sui funghi l’effetto più rilevante è stato registrato proprio nei confronti dei microrganismi associati al deterioramento della frutta fresca.

Per Botrytis cinerea, i test hanno indicato un’inibizione della crescita del micelio fino a 14 giorni utilizzando l’additivo nella sua forma non incorporata.

Sono risultati di laboratorio che dovranno essere interpretati nel contesto delle specifiche applicazioni industriali e delle successive verifiche necessarie per arrivare a un prodotto destinato al mercato.

Ed è proprio il passaggio dal laboratorio alla confezione industriale a rappresentare una delle sfide più interessanti del progetto.

Il vero test? Far funzionare l’additivo dentro la plastica

Un principio attivo può dimostrare ottime prestazioni in laboratorio e perdere parte della propria efficacia quando viene inserito in un materiale destinato alla produzione industriale.

Per il packaging antimicrobico questo rappresenta uno degli ostacoli tecnologici più importanti. Il materiale deve infatti mantenere le proprie caratteristiche anche dopo essere stato incorporato nel film plastico.

Secondo i dati comunicati da Alkelux, i film contenenti i nano-polymer dots hanno mantenuto un’attività inibitoria sulla crescita fungina per circa 8-9 giorni. Il dato viene confrontato con i 14 giorni osservati per l’additivo non incorporato.

È proprio questa continuità dell’attività antimicrobica dopo l’integrazione nel materiale plastico a rappresentare, secondo la startup, uno degli elementi più rilevanti della sperimentazione.

L’idea è quindi quella di trasformare il packaging da semplice barriera fisica a una vera e propria piattaforma tecnologica capace di contribuire alla conservazione del prodotto.

Dalle fragole alla carne, dal pane al biomedicale

La tecnologia non nasce esclusivamente per il settore della frutta fresca.

L’azienda sta infatti valutando ulteriori applicazioni in comparti nei quali la proliferazione microbica può contribuire al deterioramento dei prodotti o rappresentare una criticità per la loro conservazione.

Uno dei fronti di sviluppo riguarda il packaging della carne, dove la gestione della sicurezza microbiologica è particolarmente importante. Un secondo ambito è quello della panificazione, settore nel quale la contaminazione fungina può incidere sulla durata dei prodotti.

La ricerca guarda inoltre al comparto biomedicale e ai dispositivi monouso, con l’obiettivo di valutare possibili applicazioni dei materiali sviluppati anche al di fuori dell’industria alimentare.

La strategia di Alkelux punta quindi a non legare la tecnologia a un’unica applicazione, ma a costruire una piattaforma di materiali antimicrobici potenzialmente adattabile a diversi settori.

Dalla ricerca all’industria: il prossimo passo parte da Sassari

Dopo la fase di ricerca e validazione, la startup si prepara ora ad affrontare il passaggio verso una produzione su scala maggiore.

Secondo quanto annunciato dall’azienda, tra settembre e ottobre 2026 è previsto l’avvio dell’impianto pilota di Sassari. Il salto produttivo sarebbe significativo: dalla capacità sperimentale di circa 10 chilogrammi si passerebbe a una produzione nell’ordine delle 4,5 tonnellate annue.

Ma il progetto guarda già oltre la Sardegna.

Il successivo sviluppo industriale previsto da Alkelux dovrebbe infatti portare alla realizzazione di un impianto in Calabria, nel cuore della filiera italiana della liquirizia. Una scelta che consentirebbe di avvicinare la produzione della materia prima alla sua trasformazione tecnologica, rafforzando il legame tra economia circolare, ricerca e territorio.

Una startup italiana prova a trasformare uno scarto in una risorsa

La storia di Alkelux mette insieme alcuni dei temi più interessanti dell’innovazione contemporanea: nanomateriali, economia circolare, packaging intelligente, riduzione dello spreco alimentare e valorizzazione degli scarti agroindustriali.

Il punto di partenza è un problema concreto, quello della conservazione degli alimenti freschi. La soluzione proposta parte invece da una risorsa considerata finora poco valorizzata: gli scarti della lavorazione della liquirizia.

La tecnologia dovrà ora affrontare tutte le verifiche necessarie per passare dalla sperimentazione alla produzione industriale e alle applicazioni commerciali. Ma i risultati finora comunicati dalla startup indicano una direzione precisa: utilizzare materiali ottenuti da residui agroindustriali per sviluppare nuove soluzioni destinate a prolungare la vita dei prodotti e ridurre le perdite lungo la filiera.

E così, dietro una fragola che potrebbe rimanere più a lungo sul banco del supermercato, potrebbe esserci una storia decisamente più grande: quella di uno scarto agricolo trasformato in materia prima per una nuova generazione di packaging.